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Parole

Mi sono distratto, scusate.

Ma è un periodo che la continuità non è il mio forte.

Un anno di blog tutti i giorni mi ha sfibrato.

E, oggi, ho il fiato corto di chi ha appena ricominciato ad allenarsi alla maratona. Sono passati due mesi senza neppure aprire il blog e un po’ me ne vergogno. Eppure di cose da dire ce ne sarebbero.

Ieri riflettevo su una di quelle cose che dire pubblicamente è sempre rischioso. Riflettevo sul senso e il peso delle parole.

Riflettevo, solo soletto, su cosa si può dire oggi e cosa si poteva dire ieri. Riflettevo su come dire delle parole voglia e non voglia dire comunicare.

Oggi ci sono parole che non si possono dire, ci sono parole etiche e parole eretiche.

Oggi, molto di quello che ci dicevamo ieri, è diventato impronunciabile. Io da bambino se sbagliavo un tiro davanti alla porta mi prendevo un crescendo di insulti che comprendevano razza, religione, colore della pelle e inclinazioni sessuali, termini, oggi, banditi da qualunque ambito sociale.

Ieri mi chiedevo, solo soletto, meglio ieri o meglio oggi? Una domanda da non farsi mai perché tutti risponderanno in coro “oggi, oggi è molto meglio, c’è più rispetto”. Ma di cosa? Delle parole in sé o dei contenuti? Del significato o del significante?

Noi dicevamo molte volte e brutalmente a una ragazzina “sei un cesso” o a un tifoso dell’altra sponda “buliccio” (ndr. termine volgare ligure per indicare un omosessuale) o al compagno di banco gridavamo “mongoloide” se sbagliava il tiro in porta, lo dicevamo e finiva lì, non stupravamo, uccidevamo, picchiavamo selvaggiamente, ci insultavamo dandoci degli appellativi irrispettosi e volgari e poi tutti a fare merenda.

Oggi, che la comunicazione sembra essere la primaria azione che l’uomo compie ogni momento della sua giornata, oggi, che ogni nostra parola diventa pubblica, siamo più attenti a non pronunciare le parole vietate, quelle che feriscono e fanno male, quelle che non tengono conto delle regole di comportamento sociale. Oggi no, certe parole non le usiamo ma usiamo invece le mani e non per gesticolare.

Meglio o peggio? A questo riflettevo, solo soletto, senza sapermi dare una risposta che fosse definitiva e allora ho pensato a una parola che usiamo tutti, grandi e piccini, ho pensato alla parola “donna” e poi ho pensato che alcuni di quelli che la usano non la conoscono e ne hanno così tanta paura da volerla distruggere, ho pensato allora a un’altra parola “vigliacchi”. Mi sono alzato e sono uscito consapevole che le parole non hanno alcun significato se non quello di codici convenzionali.

Ho pensato che non sono le parole ma le azioni a fare la differenza.

 


Nerd

Faccia di nerd. Lo trovo un insulto bellissimo e anche una bella invenzione letteraria. Quindi, quando Laura mi ha appellato così, non ho trovato nulla da dire se non complimentarmi.

Molti sono i neologismi o le parole inventate che appartengono al nostro vivere comune tanto che talvolta non riusciamo più a chiamare le cose, i luoghi e le persone con il loro corretto nome.

Di per se sarebbe perfino preoccupante perché prodromico ad una vecchiaia da arteriosclerotici ma almeno finché noi due ci capiamo non corriamo grossi rischi anzi grandi sono i divertimenti.

Per gli anni a venire sto già preparando dei cartoncini bianchi 10×16 con scritte nere del tipo “1/2 chilo di pane”, “due fettine”,“1 chilo di pesche”, divise per stagione e negozio verduraio, macellaio, panettiere, …

Ai supermercati, ammesso che riusciremo a deambulare, sarà più facile perché se anche noi lo chiamiamo “albero rosa” prenderemo dagli scaffali una busta di cotto.

Tutto infine sottintende che noi saremo comunque in grado di comprendere la lingua aliena, quella ufficiale del mondo esterno.

Intanto il nostro cane Lothar, visto che è dolcissimo, lo chiamiamo “canestrello” e lui si volta il che è una bella conferma sul fatto che le parole servano solo come convenzione e che gli animali comprendano “il significante” più dei bipedi dal pollice opponibile.

Se poi tutto dovesse non andar oltre il 21 dicembre, bene lo stesso tanto chi doveva intendere ha inteso e ha riso.


Barista

Fra meno di un mese andrò a cercare lavoro come aiuto barista. Tutto in fin dei conti è nato così, quello è stato il mio primo lavoro, d’estate, mentre d’inverno studiavo.

Il barista è un lavoro molto bello. Veloce e di grande contatto. Incontri un sacco di gente e, se sei bravo, la reincontri ogni giorno.

E se avrò voglia di scrivere, scriverò sui muri le mie idee come fa Melina Riccio. Una artista definibile “stramba” che dipinge cassonetti e cartelloni, muri e portoni con le sue poesie in rima  inneggianti al bene e usa il suo cuore come firma. Lei l’ho vista un paio di volte con la testa inghirlandata di fiori che distribuiva cuori di velina con parole d’amore scritte, sembrava serena.

Ormai le parole servono solo ai vecchi tromboni per dirle a troppo alta voce in qualche studio televisivo, servono ai politici per giustificare al popolo la loro incapacità a fare, servono a mignotte e ladroni per negare la loro essenza e poi servono a qualche scrittore per cospargersi della melassa del consenso in modo che migliaia di api riconoscenti si posino sui loro corpi adoranti, tutti felici anche perché suggere miele è meglio che leccare culi.

Ogni tanto qualche parola serve a qualche studente o operaio per protestare, per dire che così non si può andare avanti e allora quello studente e quell’operaio sono invitati in un salotto dove le parole già sappiamo che fine fanno, diventano led che nell’esprimere la protesta sono assorbiti dall’arredamento luminescente della arena, orpello architettonico.

Le parole non hanno più mercato, ognuno le usa a sproposito senza voler accettare alcun consiglio e, dato che io ci campo come le parole messe in riga, il barista mi sembra un ottimo investimento. Almeno le cazzate le dirò e le sentirò dire lo spazio di un caffé e poi laverò la tazza.

Leggerò la Riccio sui muri e penserò che le parole forse a qualcuno servono ancora ma non hanno più ragione di essere pagate essendo illusioni per “pazzi”.

Buon giorno dottore, il solito?


Giudici

I giudici di X Factor fanno parte di questa nuova professione televisiva, giudicare. Anche qui si ripetono stereotipi classici: il buono, il cattivo, il tattico…ma  la cosa più pesante è l’elementarità del commento e delle dinamiche che vengono create dagli autori. Se avete una Play Station e avete mai giocato a calcio oppure a un gioco sulle Olimpiadi rimarrete sorpresi dalle similitudini, stesse parole e stesso tono. “oggi sembrava in forma, peccato”, “grande prestazione”, “scivola sulla classica buccia di banana”.

Avrei molto da dire sulla banalizzazione dei dialoghi e delle dinamiche di vita quotidiana riproposte dalla televisione ma è la vigilia di Natale e non mi sembra proprio il caso di farvi questo regalo.

Qui piove e quando piove Lothar (il cane di casa) si immalinconisce e non vuole uscire e non mangia, un cane metereopatico adatto ai suoi padroni.

Forma fisica scarsa  tendente all’influenza.

Sto leggendo Aldo Nove e lo trovo bravissimo, lontano dal mio genere preferito ma veramente potente, uno che le parole le sa usare, non credo farà mai parte del gruppo degli autori di uno dei tanti uguali talent tv.

Non ci sarà più una Vigilia, forse.