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Scirocco

Genova è una città ventosa e quello che c’era ieri non ci sarà domani se non ha solide fondamenta.

Genova è una città dove il vento porta la salsedine del mare a corrodere la pietra, gli stucchi e i ferri senza lasciarne, se non ricordi.

Si vive alla giornata, con la bonaccia in porto o il libeccio che impedisce la pesca.

Poi si beve un bianco al bar con un po’ di focaccia e si guardano i “foresti” passeggiare

“Te lo ricordi il Beppe?”

“Chi quello che abitava su in collina?

“Si lui”

“E che fine ha fatto?”

“È uscito in mare con lo scirocco, non l’han più trovato”

“Non sapeva mica navigare il nostro mare”

“e si, peccato”

“Peccato, Salute”

“Salute”

 


Parcheggi

Oggi sono andato da Genova Parcheggi a pagare il rinnovo dell’area blu, diciamo il nostro parcheggio di quartiere. 30 euro per un anno.

Premetto che ritengo Genova Parcheggi una società che non svolge un servizio lecito (per come è impostato), premetto che considero il Comune di Genova colluso con questo abuso e infine premetto che attendo un parere definitivo  del tribunale che metta la parola fine a questa pirateria con conseguente rimborso delle spese sostenute dai cittadini.

Ciò premesso, come ogni buon servo di questo sistema mi sottopongo alla gabella ma mi riservo di adire vie lecite per tutelare i miei interessi, prima che economici, di libertà,  lesi da chi li dovrebbe tutelare e cioè la Pubblica Amministrazione e comunque mi riservo il sacrosanto diritto di esporre pubblicamente il mio malcontento.

Bene, arrivo prendo il ticket, compilo il modulo, faccio la coda e infine mi presento allo sportello dove incontro una (fortunatamente) gentile operatrice.

Non ho potuto pagare perché non avevo un documento di identità.

Una cosa mi fa uscire di testa più delle tasse ingiuste è la mancanza di logica.

Io sono un cittadino che ha la stessa macchina dell’anno scorso, abito nello stesso quartiere dell’anno scorso ho il codice del vecchio tagliando e negli ultimi dodici mesi non ho cambiato ne nome ne sesso e allora perché un ufficio di esattoria avrebbe bisogno del mio documento di identità?

La gentile operatrice è stata irremovibile e quindi non ho pagato, ripasserò.

In una città che ha la quasi totalità di spazi di parcheggio a pagamento, dove anche un bambino capisce che è una cosa assolutamente fuori legge, un suddito non può rinnovare il suo tagliando se sprovvisto di documento di identità, siamo al parossismo.

Allora mi rivolgo al sindaco di Genova parte in causa nella società Genova Parcheggi e gli rivolgo una semplice riflessione facendo appello alla sua cultura di sinistra e al suo sviluppato senso sociale.

Caro Sindaco Doria,

non le sembra fin troppo facile comprendere che un cittadino che si interfaccia con esattori così ottusi, un cittadino che comprende il senso della gabella più che quello della partecipazione economica alle spese della sua città si senta oltre che truffato deriso e umiliato? Mi pare semplice immaginare che quello stesso cittadino appena potrà parcheggerà senza pagare il ticket orario, si fermerà in doppia fila, cercherà di rubare qualche centesimo all’Amministrazione matrigna. Sarà un cittadino che ricevendo questo esempio dall’alto si sentirà autorizzato a comportarsi di conseguenza, contribuendo con questi piccoli gesti al continuo verificarsi di grandi azioni egoistiche contro il bene pubblico. Caro sindaco io tornerò a pagare munito di documento di identità ma proverò un’amarezza ancora più forte e un senso di non appartenenza a una società che si fa beffa dei propri cittadini.

So che non mi risponderà anche perché non credo sia un fan del mio blog, ma almeno mi sono sfogato senza sottrarre niente a nessuno e senza farmi venire un infarto dalla rabbia che avrebbe inciso sulla sanità pubblica, saluti.

P.S. il tagliando scade il 21/12…a questo punto aspetto!!!


Riva

Una volta Iva Zanicchi cantava “la riva bianca, la riva nera”. Oggi resta solo la famiglia Riva.

Ho fissato a lungo la tastiera per trovare la somma di lettere che desse la parola giusta per identificare quella famiglia.

Oggi la scelta non è più fra lavorare o non lavorare ma fra lavorare e morire o non lavorare e morire e questo salto di qualità lo viviamo anche grazie a questa famiglia e alla pletora di amministratori pubblici di diverso livello e schieramento che si assoggettano al ricatto occupazionale anche su questi macabri presupposti.

Trovo questo atteggiamento ancora più offensivo da parte degli amministratori cattolici e da quelli comunisti (o di sinistra). Trovo offensivo che alcuni candidati abbiano accettato finanziamenti elettorali da questa famiglia che peraltro si era già distinta in passato quanto a illuminata e democratica gestione delle proprie risorse umane.

Continuo a guardare la tastiera e a non trovare la parola giusta da abbinare alla famiglia Riva.

Poi ho una intuizione. La parola non la possa scrivere però, non perché sia volgare ma perché suona come un giudizio che spetta ad altre cariche.

Infatti quella parola la può dire solo la magistratura qui in terra e Dio in Altro Luogo e nonostante tutto, da nipote di una tuta blu, mi auguro che non si arrivi a farlo dire al popolo perché altrimenti il 21 dicembre avrebbe un senso, tragico.

Signor capitano si fermi qui, sono tanto stanco, mi fermo si, attento sparano, si butti giù… sto attento, ma riparati anche tu.”

 

 


Diaz

La Diaz e il G8 a Genova sono pagine troppo tristi per essere semplificate.

Quel giorno a Genova sono successe cose non chiare e forse figlie di disegni diversi.

Chi vive a Genova e chi c’era ha avuto una percezione chiara di azioni assolutamente folli da una parte dei manifestanti e da una parte della polizia. Non basta la morte di un ragazzo per dire che la colpa stava solo nelle divise. Non bastano le devastazioni per dire che i colpevoli erano solo i manifestanti.

Troppe realtà si sono mischiate fra di loro e hanno creato una miscela esplosiva. C’erano giovani, spaventati, impreparati, indifesi, increduli e incapaci a sostenere una simile pressione.

Tranquilli, angeli e demoni stavano da una parte e dall’altra.

La Diaz poi nasconde ancora molte altre cose. Chi prese certe decisioni? Perché intervenirono certi uomini e non altri che erano presenti prima di loro? Perché la centrale operativa della Polizia era così affollata da sembrare un locale all’happy hour? Perché gli ordini venivano dati da persone che non conoscevano l’orografia elementare della città? Chi c’era alla Diaz veramente? Perché si è blindata preventivamente la città?

Inutile cercare risposte a domande troppo semplici per ottenere risposte altrettanto semplici in una materia che non è per tutti, volutamente e necessariamente.

Certo il Governo oggi si trova nell’imbarazzo di  dichiarazioni che equivalgono a sale sulle ferite, insomma De Gennaro avrebbe potuto star zitto ma anche Agnoletto e altri ne hanno detto di cazzate, ma cosa si vuole, è questo il mondo della necessaria smentita, della dichiarazione a commento anziché di un rispettoso silenzio, almeno qualche volta.


Candidati

Un politico che si presenta ad una campagna elettorale va trattato come un fustino di detersivo.

Chi fa il mio mestiere e si è documentato sa chi è Séguéla e cosa significa l’affermazione del fustino.

Oggi sono poche le agenzie che sanno come comunicare un politico. E spesso sono terribili i risultati. Tanto più a Genova.

A Genova i numerosi candidati sindaci stanno facendo del loro peggio. Per due ordini di motivi perché Genova è una città provinciale con una élite culturale cosmopolita e perché Genova è una città d’ombra dove è meglio nascondere piuttosto che far vedere.

La scelta del sotto traccia è quella del candidato sindaco della sinistra Marco Doria. Sceglie di non farsi vedere e propone il colore arancio (colore già da un decennio e più è stato scelto per la comunicazione politica) parole più che fatti, collaborazionismo allargato, scelte dal basso ma anche un atteggiamento snobistico nella scelta di evitare la comunicazione tradizionale.

Enrico Musso è un candidato indipendente di area di ex destra ed è l’esempio di come non si debba fare una campagna di comunicazione politica. Ha cambiato per tre volte immagine grafica e slogan passando da immagini di insieme a immagini di lui con un muro di sfondo a un primo piano strettissimo che cerca di fare leva sul sex appeal. Torno a dire che siamo a Genova e poco paga fare l’occhiolino.

Poi c’è un candidato che ha speso una fortuna con una campagna lunghissima e spazi ad alto costo come le facciate dei palazzi o gli spazi Cemusa. Aveva l’handicap di non essere conosciuto e quindi ha provato a colmare il gap. Creativo l’approccio con frasi ad effetto non immediatamente politiche ma di buon senso. Agghiacciante il simbolo con una toppa di serratura, però, problema, non mi ricordo il nome, sarò solo io che stò invecchiando?

Infine, chapeau, a una vecchia volpe democristiana Pieluigi Vinai che corre per il pdl con vari appoggi esterni. Lui non ha un viso solare ma ha azzeccato una foto perfetta, veste sempre in scuro ma si è fatto fotografare con camicia chiara senza cravatta. È appoggiato dal centro destra ma i colori della sua campagna sono nettamente di sinistra. Fa mettere in ogni logo di schieramento che lo sostiene il suo cognome. È l’unico che sa cosa sta facendo e lo sta facendo bene.

Chi si occupa dell’immagine dei candidati spesso pensa che sia importante fare cose mirabolanti dimenticando che sono dei detersivi da scegliere su uno scaffale, pardon in un seggio.


Vacanza

In autostrada rientrando nel pomeriggio ho detto a Laura “quest’anno è la prima volta che andiamo a Genova”.

La frase era giusta ma allo stesso tempo strana, noi a Genova ci abitiamo.

Allora mi è piaciuto pensare che non fossimo diretti a casa ma in una nuova vacanza e allora ho pensato che è solo questione di volerlo.

Tutto può non essere più un’abitudine se ritroviamo la capacità di stupirci anche delle nostre quotidianità.

Quindi da oggi ho iniziato le prime vacanze dell’anno, a Genova.