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Pizza

Telefoni in pizzeria perché con questo caldo non hai voglia di prendere la macchina e tornare a casa con il cartone fumante e dopo aver ordinato una pizza e magari due birre ti stravacchi sul divano con la finestra aperta tanto sai già che mangerai nel cartone dell’imballo.

Sei solo a casa stasera e, allora, libertà assoluta.

Se sei un professionista te la sarai già fatta tagliare dal pizzaiolo a spicchi.

Devi però sapere che gli spicchi di pizza mangiati sul divano sono fra le primarie cause di divorzio nel mondo occidentale, ma non per colpa nostra ma per il clan dei pizzaioli che prende certamente il pizzo (non la pizza) dagli avvocati. Infatti, i bastardi (cioè i pizzaioli), mettono più condimento verso il centro, per cui, quando tu sei sdraiato sul divano con una gamba poggiata sul tavolino tra il cartone della pizza aperto e la birra ghiacciata che sta’ sudando la sua freschezza in un anello indelebile sul tavolino di legno laccato (2° causa di divorzio nell’occidente). Mentre sei li, dicevo, in quella posizione di totale relax che solo un uomo, meglio se antico romano,  può comprendere, e stai per addentare la sugosa fetta, il formaggio con il pomodoro colano vittime dell’infame gravità.

Due le possibilità: una atroce e l’altra letale.

Nell’ipotesi atroce il tutto cola sul divano appena rifoderato di tela bianca, in quella letale la lacrima gastronomica cola sul tuo busto con una temperatura che varia fra quella della marmitta della tua moto dopo una tappa della Parigi Dakar e la lava eruttata dal vulcano Mayon nelle Filippine.

L’essere letale in questa seconda ipotesi consiste nel fatto che scatterai in piedi di istinto, come di istinto ti giri a guardare ogni donna con una gonna appena sopra al ginocchio (sono riflessi incondizionati), la gamba destra colpirà il cartone di pizza, ti ustionerai il polpaccio e, per una carambola infernale, urterai la birra che prima inonderà il tavolino inzuppando tutto, compresa la copia di quel libro di tua moglie con la dedica dell’autore che lei tiene come fosse una reliquia e – quel pomeriggio – aveva tirato fuori dalla teca per mostrare a una amica invidiosa, poi, la bottiglietta ruzzolerà sul tappeto etnico appena acquistato per fare pendant con la nuova rivestitura del divano e lì esploderà mischiando schegge minute di vetro verde e schiuma di birra al pelo cardato a mano da quella popolazione così sperduta da rendere i loro manufatti così cari tali da essere considerati “pezzi da museo”, come ti aveva detto il commesso dell’atelier troppo sorridente e abbronzato per essere affidabile.

La seconda ipotesi prevede che direttamente dal Pronto Soccorso tu chiami il tuo avvocato affinché intesti la casa comprensiva di ogni suppellettile a tua moglie, in via preventiva, per cercare di ammansirla.

E mentre ignaro che il tuo potenziale maschile unito a pizza e birra in una sera solo a casa potrà esserti fatale e ridurti sul lastrico aspetti e aspetti e aspetti.

Dopo un’ora chiami imbufalito la pizzeria e ti dicono che il pony che te stava consegnando è stato rapinato ed è al Pronto Soccorso sotto choc.

“O la pizza o la vita, capisce, così gli hanno detto” ti dice, urlando, il pizzaiolo egiziano.

“O cazzo” pensi, “a che punto siamo arrivati.”

Ma non sai che l’autore del furto è stato un marito che qualche sera prima, solo a casa, ha ordinato una pizza e si è stravaccato sul divano con il cartone aperto sul tavolino…”

P.S.  a Genova si sono già verificati diversi casi di rapine ai ragazzi che consegnano le pizze e, questa, è una notizia vera.

 


Estate

Partiti quelli che avevano ancora qualche euro che gli avanzava, la città sta assumendo quella bellezza mitologica dell’abbandono.

Da ferragosto fino a fine mese ci sono i “The Best Fifhteen City Days” cioè i giorni in cui è bello fare il turista a casa propria.

Si può girare in motorino senza  rischiare un aggravamento della silicosi, si possono parcheggiare le auto dove si vuole senza dover litigare con l’arrogante che arriva all’ultimo e vuole soffiarti il posto, si possono frequentare uffici pubblici senza dover portare una 44magnum per far rispettare la fila.

Una volta, meraviglia delle meraviglie, era tutto chiuso e gli anziani percepivano di essere rimasti soli, come nel resto dell’anno del resto, ma con più cinica precisione. Allora, nei mitici anni settanta, se ti dimenticavi di fare un po’ di scorta potevi trovarti in seria difficoltà. Un  panificio a quartiere, come pure un alimentari ogni 20 km e potevi anche morire in ascensore se si fermava o potevi goderne i frutti se eri Alberto Sordi monsignore e ci restavi con la bellissima Stefania Sandrelli.

La città vuota è una metafora dell’inutilità dell’operato dell’uomo e della parzialità dei suoi bisogni. I rumori si attenuano ma allo stesso tempo i pochi presenti si inaspriscono come le marmitte delle moto, le sirene delle ambulanze e il russare dei vicini, ora definito dalle finestre aperte.

L’odore della città in estate è un po’ fastidioso, un bouquet di spazzatura marcia, asfalto evaporato e cibi improbabili preparati da bancarelle e piccoli ristoranti etnici.

Eppure girare in macchina a ferragosto in una città che non sia ad alta densità turistica come Roma, Venezia o Firenze è uno spettacolo assai rilassante, come passeggiare in una foresta pietrificata. Le finestre delle case più belle sono blindate e con le sirene degli antifurti in bella mostra, le fontane spente con gli aloni di alghe rinsecchite sui bordi. I cartelli con le scritte di chiusura delle edicole sono fluorescenti e gli unici ad abitare questo ventre di architettura corrotta sono i vecchietti che vivono al parco. Tutti con le canottiere e le camicie larghe a maniche corte aperte sul petto, le scarpe di pelle traforata con i calzini corti beige e i cappelli di paglia intrecciata con la banda di stoffa a righe, indossano improbabili occhiali da sole e giocano a cirulla, parlano del nuovo sindaco ma anche delle tette della badante peruviana del Giuanin, hanno così tanti anni da ricordare che da bambini al posto dei grattacieli che circondano il fazzoletto di erba riarsa con qualche panchina e i giochi desolati dei bimbi, c’erano campagna e i prati  e loro ci andavano a rubare la frutta dagli alberi e a cacciare con le fionde le lucertole che avevano allora le stesse facce delle loro di oggi.