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Buoni

Nella vita ho cominciato pian piano a diffidare dei buoni. Oggi preferisco i brutti, gli sporchi e i “cattivi”.

Quelli buoni mi fanno mettere istintivamente sulla difensiva. I sorrisi aperti, la stretta di mano decisa, i vestiti puliti e stirati e una sorta di postura del corpo che sembra essere sempre protratto in avanti pronto allo scatto che caratterizzano il popolo dei buoni, quelli che si danno da fare e ne parlano molto, quelli che pensano che la loro scelta di vita sia centrale rispetto all’asse terrestre, quelli che pregano e non alzano mai gli occhi da terra e dicono agli altri ciò che non si deve fare e ciò che si può dire, mi mettono leggermente a disagio, quasi scorgessi una piccola macchiolina di sangue sulle loro camicie altrimenti immacolate.

Chi si propone dalla parte del giusto, chi dice di aver scelto il bene per se e per gli altri mi procura una nausea involontaria come il caffè con il sale.

Chi crede di sapere cosa sia meglio per te e chi ti propone di cambiare per il “tuo bene”, i novelli maestri della retta via, solcatori della strada lastricata da buoni propositi mi fanno leggermente paura.

Preferisco i dubbiosi, gli intimoriti dalla vita, gli schivi, quelli che parlano poco e meno ne sanno, mi trovo più a mio agio con chi non comprende il senso, con chi non trova il bandolo, fra quelli che hanno timore ed esprimono rispetto, sorrido più volentieri con i perdenti di un mondo vincente su regole che non conosciamo. Sono solidale con gli scettici, appartengo agli indecisi, sostengo “gli altri” e solo da poco ho cominciato a saper convivere con “questi” sempre affabili e desiderosi di aiutarti come coloni della buona novella.

Fra “questi” e “quelli” ormai ho scelto e sto con “quelli”, quelli come me.

 

 


Amo’

Ci sono persone che non mi capita di frequentare ma che esercitano su di me una fascinazione antica perché legata ad alcuni giri frequentati quando ero adolescente.

Una sorta di genere umano sul filo d’equilibrio fra la piccola criminalità e la grottesca tracotanza. Uomini super palestrati, super abbronzati e super tatuati che quando parlano hanno sempre il labbro inferiore leggermente aperto e proteso in avanti come a contenere qualche goccia di saliva di troppo, hanno occhi rotondi a palla e mani grandi da lavori di fatica o da manubri di palestra. Sono tutti tifosi e schierati, hanno tatuati sulla pelle concetti vaghi di onore e rispetto di appartenenza e fratellanza in lingue e caratteri lontani dalle loro elementari conoscenze. Questi uomini si fanno accompagnare da donne di solito minute, con poco seno, con glutei sodi, costumini minuscoli, abbronzatura mogano scuro, loro bevono continuamente da bottiglie da mezzo litro, fumano tantissimo, sono tatuate come maori spesso con frasi di canzoni da filosofi parolieri. Si muovono con una certa volgarità e parlano con voce roca ma sensuale. Mi piacciono sia questi uomini che queste donne per un connotato fisiognomico che conservano, gli occhi buoni. Di questi tempi trovare occhi da vitello nel genere umano è davvero raro.

Fra loro si chiamano indistintamente amo’ sottolineando un imborghesimento e un bisogno di “normalità” che stride con il testosterone e l’inchiostro esposto. Oltretutto se ad amo’ togli l’apostrofo ti resta l’amo con il quale sono stati pescati verso una famiglia che li troverà inflaccidire come i poveri mortali e vedrà  i concetti delle frasi tatuate meno distinguibili sia come significato che come lettura, è così che va la vita almeno che dicembre non ci riservi delle sorprese. Respect.