Archivi del mese: settembre 2012

Figura

Prendo spunto dal video del momento tratto dal film turco del 1973 “Karate girl”. Un genio ha ripescato la scena della morte del protagonista l’attore Bülent Kayabaş.

La scena è esilarante perché l’agonia della morte si trasforma in un surreale interminabile balletto che sfocia nel ridicolo. Forse è davvero la peggiore scena di morte in un film però vorrei spezzare una lancia a favore del baffuto attore, quante altre scene agghiaccianti abbiamo visto negli ultimi anni e purtroppo non in un film. Vi elenco le peggiori per me:

10_Bossi che si pente delle malefatte del cerchio magico

9_Renzi a Piazza Pulita

8_La Minetti seduta in consiglio regionale della Lombardia

7_Sgarbi che da della capra frocia a chiunque

6_Il Trota che si dichiara innocente

5_Berlusconi che guarda le tette a Michelle Obama

4_Fede in qualunque suo telegiornale successivo alla scesa in campo di Berlusconi

3_Formigoni a “Scherzi a Parte”

2_le lacrime della Fornero

And the winner is…

…Berlusconi che fa le corna nella foto di gruppo del vertice UE.

 

Queste perle fanno parte del pessimo film dei nostri ultimi anni, ce ne sarebbero molte altre e molte più gravi pessime immagini non solo italiane che vorremmo rimuovere dalla nostra memoria, vorremmo anche che certi “attori” non fossero mai esistiti e forse vorremmo non essere mai nati per la vergogna che proviamo ogni volta che ci ripensiamo.

Invece siamo qui a goderci la peggior scena di morte mai vista in una pellicola e possiamo, senza far male a nessuno, immaginare su quel goffo corpo ballerino la faccia che più ci soddisfa, per una innocente vendetta su chi ha recitato le peggiori scene di politica di sempre.

 

 

 

 

 


Vignette

Ho ricevuto ieri questa vignetta ringraziando l’autore e chi me l’ha spedita la pubblico perché potrebbe essere vera e allora questo strazio di mondo continuerà anche dopo il 21 dicembre. Affronteremo il problema a tempo debito.

Le vignette satiriche, ironiche, umoristiche mi sono sempre piaciute e le trovo un’esaltante applicazione dell’intelligenza anche quelle più corrosive, anche quelle che dettano infondati motivi per azionare la violenza. Temo sempre chi non sa ridere delle situazioni e di se stesso.

Ricordo ancora che mio padre, che non perdeva l’occasione per farsi una risata, ogni tanto me ne sottoponeva qualcuna.

E io, quando ne scovavo una micidiale la ritagliavo e gliela consegnavo in attesa della sua reazione. Anche mio padre, come me, aveva una vena di cinismo che si manifestava in film come Amici Miei, oppure nello spot, poi ritirato, della allora Telecom quando il protagonista vessato dalla moglie e dall’odioso barboncino dipingeva una parete di casa con un panorama agreste e poi faceva finta di lanciare il bastone nel bosco dipinto traendo in inganno il cagnolino che si spiaccicava sul muro, fantastica.

I personaggi delle vignette preferiti da mio padre, che era un militare, erano le mitiche Sturmtruppen di Bonvi che addirittura gli ridisegnavo nelle figure più caratteristiche.

Ma la vignetta numero 1 che era diventata un tormentone era di Altan.

Erano disegnati i soliti due personaggi di cui uno veramente male in arnese e indossava mutande lacerate.

Il testo diceva:

“Italo” mi fa “hai le mutande tutte rotte”

e io gli ho risposto “Dovresti vedere i coglioni che c’ho dentro.”

EPICA!!!

Molti anni dopo ho ritrovato la vignetta ritagliata e incollata insieme ad altre e un mio disegno di un “uffizialen” nelle prime pagine di un importante libro di lavoro, li però ho pianto perché non avevo più mio padre con cui riderne.

 

 


Renzi

Ci sono cose delle quali non vorrei parlare perché hanno fatto parte o fanno ancora parte della mia vita. La politica è una di queste. Il Galateo insegna che a tavola o in un convivio non si dovrebbe parlare di politica, religione, danaro, donne, mantenendo un ineffabile equilibrio nel non parlare di nulla.

Matteo Renzi ieri sera ha fatto questo e di peggio. L’ho visto a Piazza Pulita non premeditando la visione ma così, zappando e cadendo nel trappolone del “sentiamo cosa dice“.

Potrei fare delle premesse ma credo che il mio pensiero emergerà comunque dalla righe che seguono.

Io mi occupo di comunicazione e di parola, in particolare di comunicazione politica, quindi so riconoscere i prodotti e gli spettacoli come quello confezionato da Giorgio Gori che se ne intende.

La sensazione che il Grande Fratello si sia spostato sulla costruzione di un candidato per governare il Paese è forte ma vorrei argomentare meglio.

Lo spettacolo itinerante di Renzi è costruito di un mix di immagini e parole che è identico a quello di molte altre campagne elettorali in diverse parti del mondo. In America hanno affinato tecniche persuasive così sottili da essere al limite del plagio . Jacques Séguéla lo faceva in Francia già per Mitterand considerandolo alla stregua di un fustino di detersivo, ma che fustino.

Essendoci nel voto o nella preferenza una componente altamente emotiva è lecito sfruttarla e ben vengano persone che mettono in scena qualcosa di ben dosato che attragga il potenziale simpatizzante come lo show, non privo di paillette, di Gori & company diligentemente recitato dal Matteo Renzi.

Il problema è che la recita deve resistere anche fuori dal palcoscenico del tour, altrimenti sono guai.

Io sono personalmente convinto che a Renzi manchi lo spessore per rappresentare l’Italia ma altrettanto sono convinto che faccia bene a cercare di spostare l’obiettivo su di lui tanto arriverà anche il suo tempo.

Ieri sera però ha recitato male il suo copione. Quel copione così ben scritto da fargli dire a tutti, in tutti i teatri italiani che gli chiedono come mai dell’assenza delle bandiere del PD “qual è il suo nome?…diremo che grazie a (nome) avremo fatto questo cambiamento.” Ieri sera non ha funzionato e non ha funzionato per il più banale e sciocco dei problemi, la vanità. Ieri sera Renzi a Piazza Pulita ha anteposto il suo interesse personale all’interesse collettivo proposto dal lavoratore distrutto dal terremoto (lui sì dignitoso e autorevole nelle sue parole) e poi ha cercato scuse e colpevoli.

Ieri sera in una atmosfera moderatamente irritante il Matteo Renzi ha sbroccato perché qualcuno aveva parlato di lui con una punta di ironia e l’aveva provocato il minimo necessario (quasi d’ufficio). Ieri sera Matteo Renzi ha ricordato il tramonto dell’imprenditore prestato alla politica, Silvio Berlusconi, lui un vero talento naturale nella persuasione e nell’ottenimento di consenso.

Matteo Renzi ieri non ha trovato il giusto equilibrio per dire le sue bugie con il tono giusto del politico che le rende appetibili verità. Bene lo ha colto l’astuto La Russa che, da consumato professionista del salotto televisivo, si è ritirato dalla querelle godendo in panchina di quella crepa così evidente sulla facciata altrimenti perfettamente stuccata di Renzi.

Fare politica che che se  ne dica è un mestiere difficile che fonda le sue basi su fondamenta solide altrimenti quando finisce la fascinazione del corteggiamento e si ottiene il risultato l’amore si tramuta in odio.

L’uomo singolo vince in Paesi come l’America dove le regole del gioco sono diverse, qui si può anche farcela a patto di compromessi innominabili (chiedete a Berlusconi quanto fiele ha dovuto ingollare per governare) ma in Italia vince la squadra, il sistema, le idee (anche mediocri) di un gruppo. Questo lo ha capito meglio Grillo di Renzi.

Per Matteo Renzi, a malincuore, è ancora troppo presto anche se ce la dovesse fare. Arrivederci.


Buoni

Nella vita ho cominciato pian piano a diffidare dei buoni. Oggi preferisco i brutti, gli sporchi e i “cattivi”.

Quelli buoni mi fanno mettere istintivamente sulla difensiva. I sorrisi aperti, la stretta di mano decisa, i vestiti puliti e stirati e una sorta di postura del corpo che sembra essere sempre protratto in avanti pronto allo scatto che caratterizzano il popolo dei buoni, quelli che si danno da fare e ne parlano molto, quelli che pensano che la loro scelta di vita sia centrale rispetto all’asse terrestre, quelli che pregano e non alzano mai gli occhi da terra e dicono agli altri ciò che non si deve fare e ciò che si può dire, mi mettono leggermente a disagio, quasi scorgessi una piccola macchiolina di sangue sulle loro camicie altrimenti immacolate.

Chi si propone dalla parte del giusto, chi dice di aver scelto il bene per se e per gli altri mi procura una nausea involontaria come il caffè con il sale.

Chi crede di sapere cosa sia meglio per te e chi ti propone di cambiare per il “tuo bene”, i novelli maestri della retta via, solcatori della strada lastricata da buoni propositi mi fanno leggermente paura.

Preferisco i dubbiosi, gli intimoriti dalla vita, gli schivi, quelli che parlano poco e meno ne sanno, mi trovo più a mio agio con chi non comprende il senso, con chi non trova il bandolo, fra quelli che hanno timore ed esprimono rispetto, sorrido più volentieri con i perdenti di un mondo vincente su regole che non conosciamo. Sono solidale con gli scettici, appartengo agli indecisi, sostengo “gli altri” e solo da poco ho cominciato a saper convivere con “questi” sempre affabili e desiderosi di aiutarti come coloni della buona novella.

Fra “questi” e “quelli” ormai ho scelto e sto con “quelli”, quelli come me.

 

 


Ipocrita

Il bello, il brutto e l’ipocrita. Ognuno di noi appartiene a una di queste categorie, meglio a due.

Il disagio di essere brutti è un disagio sociale che appartiene al modello della nostra cultura occidentale.

Il modello contemporaneo associa al fatto di essere belli la possibilità di mercificare la propria bellezza per ottenere qualunque risultato. Non devo citare format televisivi, libri, presidenti del consiglio o pensatori per avvallare un concetto tanto chiaro da essere comprensibile universalmente.

Qualche anno fa ancora si associava il concetto di pudore alla bellezza e di venerazione contemplativa della stessa. I modelli più belli diventavano statue di marmo scalpellate dagli artisti per essere meritoriamente immortali o sonetti per sempre letti. Il corpo assumeva un significato superiore alla moneta di scambio. Se allora il corpo era anche tempio oggi noi in ogni angolo di quel tempio defechiamo e uriniamo sottoponendo  i nostri corpi a sanguinarie operazioni, torture insopportabili e spese ingenti per aderire a schemi estetici collettivi che delineano il modello di bello.

Ma è così naturale essere agevolati dall’avvenenza che anche i bambini belli lo sanno e usano armi subdole e fraudolente ma non dovremmo dimenticare che i brutti ne usano altre, altrettanto colpevoli.

Ma su tutti, belli e brutti, esiste la categoria degli ipocriti, ne belli ne brutti, ma capaci di parole di conforto. Loro negheranno l’esistenza di belli e di brutti e unificheranno tutti, omologandoli in una grande famiglia universale che chiameranno, a seconda dell’inclinazione personale, “fratelli”, “figli di dio”, “uguali”, “pari” dimenticando, con colpevole smemoratezza, che se esistessero condizioni di equilibrio si manifesterebbero anche in pari opportunità semplici e quotidiane.

Tutto questo per chiedere, ove fosse possibile, a chi si occuperà dell’ Armaggedon di non risparmiare dal bruciare di fuoco purificatore chi ammiccherà e chi userà la seduzione dell’intelligenza per salvarsi ma soprattutto di metterci un pochino più di impeto per gli ipocriti, così, tanto per dimostrare che l’equilibrio in vicende di esseri umani non esisterà mai.

Grazie.

Appendice serale: il semplice rimedio per le ragazze brutte

Lo so sono stronzo.


Compro

Dialogo immaginario fra un ipotetico Presidente e il suo consigliere.

 

Esterno, giorno parco con bambini e mamme. I due passeggiano.

Il Presidente ha il cappotto poggiato sulle spalle e sotto un completo grigio di taglio sartoriale, camicia bianca, cravatta regimental.

 

C. Presidente ha visto che bel gol ieri ha fatto l’attaccante della (omissis)?

P. Si. Lo compro.

C. Chi? Cosa?

P. L’attaccante, lo compro.

C. Ma la tifoseria protesterà, è l’idolo della squadra antagonista alla Sua…

P. Io lo compro.

C. Ma scusi c’è già quel comico che le fa la parodia gli offrirà altro materiale per attaccarLa

P. Lo compro

C. Chi?

P. Il comico, anzi l’ho già comprato…

…tre anni in esclusiva e non gli faccio fare un cazzo, lo pago per non fare un cazzo.

C. Ma?

P. Niente ma, il contratto è già dal notaio.

C. Scusi ma quanto lo paga per non lavorare

P. (omissis) in nero e (omissis) in bianco

C. Porca tro…scusi non volevo, ma è una cifra pazzesca

P. Lo so

C. E se la Finanza indagasse sul nero, ci mancherebbe una denuncia per evasione…

P. La compro

C. Ma cosa?

P. La Finanza, tutta, dal Capo di Stato Maggiore a scendere

C. Ma presidente adesso esagera se facessero un’intercettazione ambientale sarebbe veramente un casino

P. E io la compro

C. Cosa?

P. L’intercettazione. Ma lo sa lei caro il mio bel segretario quante foto ho comprato in questi anni roba da riempiere decine di album. E non solo foto mie e della mia famiglia ma di onorevoli, magistrati, cardinali…Loro mi rompono il cazzo e io compro.

In quel momento arriva fra i piedi dei due la palla scivolata ad una bimba che corre a prendersela

C. Tieni piccola, che carina

P. Aspetti, secondo lei quanto costa?

C. Saranno 5 euro…

P. Ma non la palla, idiota, la bambina

C. Ma Presidente è impazzito.

P. No, è che se volessi la potrei comprare come ho già comprato e comprerò tutto per il resto della vita perché ricordati (omissis) tutto ha un prezzo anche il fatto che io possa compare ciò che voglio.

 

 

 


Burocrazia

Andare per uffici con questo tempo predispone l’animo a funesti presagi.

La burocrazia nasce per dare un metodo alla non assunzione di responsabilità. Si moltiplica il bizantinismo per non arrivare a trovare un responsabile e una soluzione.

Ogni ufficio statale o para statale è animato da figure che non hanno una propria vita di relazione ma che, assunti in tempi in cui i partiti facevano il bello e il cattivo tempo ma nessuno se ne accorgeva perché tutti avevano un piccolo posto alla groppia, si sono fossilizzati in sedie e poltrone che hanno assunto le forme dei loro rispettabili deretani. Il braccio armato dei burocrati è costituito da questo esercito un po’ hobbit e un po’ braccia sottratte all’agricoltura o al massaggio erotico. Gli uomini sono quasi tutti con la barba di tre giorni, la camicia slacciata e tenuta chiusa da una cravatta consunta e hanno le dita indice e medio e polpastrello del pollice ingiallite dalle sigarette che regolarmente fumano sotto il cartello di divieto.

Le donne spiccano per incapacità di tingersi i capelli che, sfibrati da trattamenti aggressivi sono diventati una sorta di nido di stoppa con un canale di ricrescita di diverso colore, sempre le donne tendono anche ad avere scollature o spacchetti per garantire l’intravedo e sottolineare la loro posizione di potere su di voi, umile cittadino, che, entrando in quell’ufficio sa anche che non ne uscirà mai o almeno mai più come prima.

Uomini e donne di questo esercito di impiegati dell’ufficio informazioni sono caratterizzati da una perfida ignoranza. Loro non sanno come funziona il mondo esterno, loro conoscono solo cosa richiede la circolare.

Quindi tu entri, chiedi ed esci totalmente frastornato e senza sapere cosa fare o, se riesci a capirlo perché sei di intelligenza superiore o perché sei un impiegato pubblico e quindi conosci i lemmi usati dai tuoi consimili, sai anche che per mettere assieme quei documenti che ti chiedono ci vorrebbero due laure, un master alla Bocconi, un master alla London, tre anni di insegnamento al MIT e 16 anni di lavoro con AD alla Microsoft. Esci e mentre fuori piove vai al bar difronte e incontri metà degli impiegati dell’ufficio pubblico dall’altra parte della strada. Sono allegri e commentano le partite di ieri. Loro hanno esperienza e sanno che tu sei un uomo finito, schiacciato dalla burocrazia così ti si avvicina il più brutto, quello con la giacca più stazzonata, con la cravatta con una macchia d’olio troppo grande anche per uno come lui e con l’occhio umido di chi ti può comprendere e ti fa:

“ Non se la prenda dottò, solo alla morte non c’è rimedio”

E tu improvvisamente capisci che in Italia le strade per ottenere un risultato sono sempre diverse da quelle tradizionali, da quelle corrette, da quelle lecite e fai vedere la lista dei documenti, l’algoritmo irrisolvibile delle richieste e ti trovi davanti a un sorriso e una mano tesa

“Per 50 euro domani mattina ha tutto”.

Tu che hai studiato, fatto volontariato, tu che chiedi sempre lo scontrino e la fattura, tu che sei un cittadino civile che fa la differenziata, uno che non si fa la barba con l’acqua che scorre, tu che non butti le carte per terra e non sali mai dall’uscita dei bus, tu che lasci il posto ai più anziani, che non suoni mai il clacson, tu che credi che un mondo migliore nasca dalle piccole cose guardi gli occhi umidi di quell’uomo basso e tarchiato di fronte a te e valuti se assecondare la sua richiesta o se denunciarlo, ucciderlo o metterti a piangere, resti li immobile mentre la pioggia si è fatta più fitta e senti che le tue ossa provano dolore e la bocca ti sa di piombo perché i pensieri che hai fatto ti hanno già cambiato e reso un uomo peggiore.


Fiuto

I cani usano il naso come il primo filtro delle loro percezioni. Non usano il naso soltanto per soccorrere le persone che lottano sotto le macerie di un disastro, o per scovare droga, soldi, esplosivi nelle borse degli insospettabili corrieri che attraverserebbero altrimenti indisturbati le frontiere, ci sono cani che hanno un olfatto così pronunciato da percepire l’arrivo della morte.

Il mio cane con il suo cranio brachicefalo percepisce a mala pena l’odore della sua ciotola quindi non fiuta nulla che non sia ordinario, direi che sente gli stessi odori di Laura che, quanto a odori e rumori, è un mezzo sangue (pipistrello+pointer=pipipoint).

Meglio perché se avessi un cane che il 19/20 dicembre cominciasse a fiutare spasmodicamente l’aria mi salirebbe una certa ansia perché una cosa è che i Maya abbiano predetto una data terminale un’altra è che il tuo cane ti dica che il terminale sei tu.


Ghiaccio

Più che gli occhiali che facevano vedere attraverso i vestiti mi hanno sempre affascinato  le scimmie di mare. In internet c’è un mondo che le ricorda con nostalgia io non le ho mai comprate e oggi preferisco continuare a immaginarle come dei piccoli sauri marini antropomorfi piuttosto che sapere esattamente cosa sono e rimanerne delusi.

“L’intrepido” e “Il Monello” avevano sempre le pagine in bianco e nero con le descrizioni fantastiche dei prodotti della ditta Same.

In tutto il mondo però esistevano e, da un certo punto di vista, continuano ad esistere vendite di prodotti miracolosi, mirabolanti a basso prezzo.

Questo tipo di truffe si basano su un livello di ingenuità talmente innocente che mi fanno tenerezza e poi il costo è talmente basso che non fanno un gran danno.

Ma le promesse fra televendite e internet sono veramente tante e spesso false.

Tutto ciò che vi promette risultati strabilianti e senza fatica a costi estremamente contenuti rispetto ai prodotti originali è sicuramente una truffa. Ma se esistessero ancora i meravigliosi poster della corrida con il tuo nome al posto di quello del torero o gli irrinunciabili cubetti di ghiaccio fatti sulla silhouette di una donna nuda mi farei volentieri gabbare per possedere inarrivabili gadget.

C’è un modo migliore di attendere la fine del mondo che immaginarti torero e sorseggiare un bourbon stemperato dai seni ghiacciati di un sexy cubetto.


Posizioni

Avevo promesso di parlare di posizioni. Essere al posto giusto al momento giusto è essenziale per la comunicazione e non solo.

Vi propongo oggi alcuni esempi di posizionamento completamente errato che a me fanno molto ridere perché penso all’AD dell’azienda quando gli hanno comunicato la notizia e alla testa del pubblicitario che rotolava come una palla da bowling lungo il corridoio dell’agenzia.

In effetti questi sono esempi eclatanti motivati un po’ anche dalla sfiga.

Un po’ come se la fine del mondo arrivasse con un’onda immensa e noi avessimo solo uno skateboard o se arrivasse per esplosione atomica e noi avessimo ceduto un posto nel bunker in cambio di una scorta di ami e lenze.

Non c’è niente di peggio di essere al posto sbagliato al momento sbagliato. Come mio padre che negli anni sessanta lavorava a Roma e lo avevano convinto ad andare a vedere il derby Roma – Lazio. Aveva dei biglietti di prestigio tanto che era seduto in tribuna davanti a Vittorio Gassman.

La partita proseguiva fra le urla indemoniate dei tifosi e fra la noia di mio padre fino a quando una delle due squadre segnò e ci fu un grido di insulto riferito all’attaccante reo di aver messo la palla in rete. L’urlo provenne dalle spalle di mio padre, da chi però non è dato sapere. Il tifoso di opposta fazione seduto davanti a mio padre si girò e tirò un man rovescio a mio padre colpendolo con un anello con diamante allo zigomo aprendolo come un’arancia che casca dall’albero. Seguì colluttazione fra gli amici di mio padre e quello che fu identificato come un notissimo avvocato romano.

Il posto giusto determina la fortuna o la sfortuna nella vita. Las Vegas una diecina di anni fa, sono seduto alle slot machine (quelle collegate con il jackpot milionario) alla mia destra e alla mia sinistra due cinesi. In capo a un paio di giocate suona tutto il casinò perché quello alla mia sinistra aveva fatto un jackpot da svariate centinaia di migliaia di dollari, il tempo che arrivassero i dipendenti del casinò con il maxi assegno e ha fatto jackpot quello alla mia destra, in quel momento ho deciso che non avrei più mangiato un involtino primavera.

Sempre meglio del pubblicitario che ha comprato questo spazio e si è visto affiancato da questo articolo: