Archivi del mese: luglio 2012

India

Bella l’India se se potesse vedè?

Un blackout micidiale si è verificato nella notte fra domenica e lunedì e ha lasciato senza elettricità 360 milioni di persone in sette stati, inclusa l’intera capitale New Delhi.

Le prime ipotesi incolpano il calo delle piogge monsoniche che hanno costretto i contadini a pompare più acqua con pompe elettriche e chi abita nelle zone urbane che ha usato maggiore aria condizionata per sopportare l’ondata di caldo.

Il black out non è mai un buon segno. È un simbolo che va a toccare la paura ancestrale del buio ma è anche un enorme danno economico e sociale.

Dove c’è buio non c’è vita. Si pensi ai soli disagi alla circolazione di treni e metropolitana o all’impossibilità di funzionamento di un ospedale.

L’uomo contemporaneo si è vieppiù messo nella condizione di dipendere dalle sue conquiste tecnologiche fino a non poterne fare più a meno per poter sopravvivere in questo pianeta. Ma allo stesso tempo si è affidato alle risorse naturali per far funzionare le proprie invenzioni senza tener conto di un parametro che anche un bambino capirebbe, o l’energia è rinnovabile o prima o poi le scorte termineranno.

La tenebra che avvolge uno dei paesi più produttivi al mondo dove l’occidente a piene mani attinge manodopera a salari da fame e dove vivono diverse fra le figure più ricche dell’intero pianeta è rimasta al buio e non per un’oretta ma per un’intera notte. Una riflessione la vogliamo fare anziché incolpare i monsoni?

Il governo indiano è consapevole che dovrebbe spendere tre trilioni di dollari americani in cinque anni per ammodernare le infrastrutture ma il progetto è stato accotonato per l’impossibilità dell’investimento a causa della crisi del lavoro.

Sarà il buio, il freddo, la fame o sarà qualcos’altro che porrà fine alle nostre sofferenze? Sempre a voler credere che una fine prossima ci sarà, naturalmente. I segnali sembrano incoraggianti.

 


Estate

Partiti quelli che avevano ancora qualche euro che gli avanzava, la città sta assumendo quella bellezza mitologica dell’abbandono.

Da ferragosto fino a fine mese ci sono i “The Best Fifhteen City Days” cioè i giorni in cui è bello fare il turista a casa propria.

Si può girare in motorino senza  rischiare un aggravamento della silicosi, si possono parcheggiare le auto dove si vuole senza dover litigare con l’arrogante che arriva all’ultimo e vuole soffiarti il posto, si possono frequentare uffici pubblici senza dover portare una 44magnum per far rispettare la fila.

Una volta, meraviglia delle meraviglie, era tutto chiuso e gli anziani percepivano di essere rimasti soli, come nel resto dell’anno del resto, ma con più cinica precisione. Allora, nei mitici anni settanta, se ti dimenticavi di fare un po’ di scorta potevi trovarti in seria difficoltà. Un  panificio a quartiere, come pure un alimentari ogni 20 km e potevi anche morire in ascensore se si fermava o potevi goderne i frutti se eri Alberto Sordi monsignore e ci restavi con la bellissima Stefania Sandrelli.

La città vuota è una metafora dell’inutilità dell’operato dell’uomo e della parzialità dei suoi bisogni. I rumori si attenuano ma allo stesso tempo i pochi presenti si inaspriscono come le marmitte delle moto, le sirene delle ambulanze e il russare dei vicini, ora definito dalle finestre aperte.

L’odore della città in estate è un po’ fastidioso, un bouquet di spazzatura marcia, asfalto evaporato e cibi improbabili preparati da bancarelle e piccoli ristoranti etnici.

Eppure girare in macchina a ferragosto in una città che non sia ad alta densità turistica come Roma, Venezia o Firenze è uno spettacolo assai rilassante, come passeggiare in una foresta pietrificata. Le finestre delle case più belle sono blindate e con le sirene degli antifurti in bella mostra, le fontane spente con gli aloni di alghe rinsecchite sui bordi. I cartelli con le scritte di chiusura delle edicole sono fluorescenti e gli unici ad abitare questo ventre di architettura corrotta sono i vecchietti che vivono al parco. Tutti con le canottiere e le camicie larghe a maniche corte aperte sul petto, le scarpe di pelle traforata con i calzini corti beige e i cappelli di paglia intrecciata con la banda di stoffa a righe, indossano improbabili occhiali da sole e giocano a cirulla, parlano del nuovo sindaco ma anche delle tette della badante peruviana del Giuanin, hanno così tanti anni da ricordare che da bambini al posto dei grattacieli che circondano il fazzoletto di erba riarsa con qualche panchina e i giochi desolati dei bimbi, c’erano campagna e i prati  e loro ci andavano a rubare la frutta dagli alberi e a cacciare con le fionde le lucertole che avevano allora le stesse facce delle loro di oggi.


Stonato

Essere stonati, per chi si occupa di canto e musica, è una opzione da non considerare. Tutti sono intonati, più o meno. Io no, neanche un po.

È bello credere che potrei migliorare. A me piace molto cantare ma qualunque canzone io canti la trasformo in un’altra melodia, completamente diversa. La cosa drammatica è avere chiara e precisa la musica in testa e farla vibrare, nelle corde vocali, completamente diversa.

Il passaggio di poco più di 10 cm. (in linea d’aria) fra cervello e bocca rende il risultato completamente diverso dalla melodia originale.

È piuttosto mortificante non riuscire a rendere quello che si vorrebbe.

Certo basterebbe fare una scuola di canto, imparare a respirare, avere maggiore consapevolezza del diaframma… e riuscirei a cantare anche io, forse.

Non è una priorità. Io canto a squarciagola in macchina da solo melodie personalizzate. Certo da ragazzino quando si cantava sulla spiaggia io facevo il play back, muovevo le labbra senza emettere suono, mi mimetizzavo nei cori e un po’ ci soffrivo. Ora è diverso perché sono più grande e consapevole dei limiti. Per esempio ieri in chiusura del pezzo volevo fare l’inno nazionale ma mi è venuta la marcia nuziale, pazienza, cantatelo voi, io muovo solo le labbra.

 


Olimpiadi

Olimpiadi e di cosa parlare sennò. Sarò completamente parziale perché io amo le Olimpiadi e quindi dirò solo cose positive. Bella la cerimonia di apertura con una regina splendida e salvata in maniera reale da 007, bello il braciere, belli i tedofori bello persino il motoscafo con la fiaccola olimpica portata da Beckham.

Il concetto alla base della cerimonia è stata la pluralità. Che è spirito olimpico ma è anche spirito londinese. Cooperazione, commonwealth.

Le gare emozionanti come sempre ho anche esultato per il ciclismo e naturalmente per le prime due (fino a ora) medaglie azzurre.

Guarderò più gare possibili e tiferò chiunque di qualunque paese. L’obbiettivo è un’Italia straordinaria particolarmente negli sport minori e una medaglia in una qualsiasi competizione per almeno uno degli 80 paesi che non ne hanno mai vinto.

La favola delle olimpiadi ancora mi coinvolge e non penso a dopping, sponsor, inciuci, ma guardo i visi di persone che mi sembrano oneste e vogliono soltanto vivere questa emozione e portarsela nel cuore per il resto della vita.

Io sarò presente. Ta ta ta ta , ta ta ta ta…


Leggerezza

Leggerezza è una parola abusata ai nostri tempi soprattutto dai pubblicitari che la abbinano ad ogni prodotto commestibile e non solo. Direi che leggerezza è una parola sul podio insieme a biologico che vuol dire tutto e niente (ma ne parleremo nei prossimi giorni).

Leggere sono le fette biscottate, le merendine, i biscotti, lo yogurt contribuisce alla leggerezza del tuo intestino, leggeri sono persino gli assorbenti che volano e ti fanno volare.

Tutti noi, in particolare le donne, hanno bisogno di leggerezza perché la leggerezza è  sinonimo di accettabile e ti fa sentire magra senza esserlo e non ti qualifica invece come  una cicciona quale sei o semplicemente ti senti.

Leggerezza è una parola subdola perché riguarda la sfera dei sentimenti. “vivi con leggerezza…finalmente un po’ di leggerezza, w la leggerezza” ma ha anche una sfumatura di giudizio e di condanna se detto in altro modo “vive tutto con leggerezza, è una persona leggera…”.

Ma leggerezza non è sinonimo di superficialità anche se talvolta le due parole possono essere contigue.

Penso all’insostenibile leggerezza dell’essere e alla insopportabile superficialità dell’avere.

Penso a una graziosa ballerina e a un greve galuscio e non spiego neppure il perché.


Cotoletta

Piacevolezza non è piacere.

C’è la stessa differenza che esiste fra la panatura e la cotoletta.

La cotoletta senza panatura è una fettina di carne che si può passare in padella ma non si può friggere e perde così il suo significato gastronomico, non esiste più la sua ragion d’essere.

La piacevolezza è forma, il piacere è sostanza. La piacevolezza è discorrere garbatamente con gente che incontri per caso ogni giorno per anni senza sapere nulla di loro. Piacevolezza è sorridere, non troppo però, senza mostrare i denti. I modi sono misurati e l’andamento del corpo è leggero. La piacevolezza prevede di essere sbarbati e profumati senza mai dare noia a nessuno, in una perenne primavera, dove i ciliegi sono in fiore, il sole è tiepido e la brezza del mare non fa venire i brividi.

Nel paese della piacevolezza chi tende a essere superficiale e leggermente deprimibile amerebbe vivere, così senza impegno alcuno, nella continua illusione che quello che succede sia vero e non solo forma, non solo panatura.

Il paese dove invece alberga il piacere richiede l’uso di sentimenti e prevede perciò l’esistenza degli opposti (odio e amore) e delle loro sfumature, talvolta micidiali quali indifferenza, narcisismo, possessività. Dove c’è piacere c’è rischio, c’è mettersi in discussione, c’è confronto, esiste il dialogo e non ci si informa solo delle condizioni metereologiche della giornata, dove c’è piacere c’è la cotoletta, sia la fettina che la sua panatura, ma anche il passaggio, tanto dolorso quanto esaltante, nell’olio bollente, solo dove c’è il piacere c’è la completezza e non solo la superficialità, li sta il piacere, in una cotoletta magari con contorno di patatine .


Paura

Fra i mostri preferiti di tutti i tempi, per me, subito dopo il mitico Godzilla e il Mostro della Laguna, c’è lo Spettro della Paura.

Se non lo conoscete è perché siete distratti dato che l’avrete incontrato più di una volta e non solo da bambini.

La paura del capo, la paura della moglie e del marito, la paura di non farcela, la paura del diverso, la paura della crisi, la paura della fine del mondo…

Il mostro della paura è il più subdolo perché si insinua in ogni cuore e ne distrugge le certezze e fa appassire ogni gioia e ogni entusiasmo.

Eppure nessuno gli ha dedicato mai un film perché neppure il più grande costumista e il più bravo creatore di effetti speciali sanno dargli un corpo. La paura ha solo un’anima ma la sua più strabiliante capacità è quella di trasformarsi e farsi vedere da ognuno di noi con una immagine diversa.

I registi possono creare un personaggio che faccia paura ma non la paura stessa che sfugge a ogni controllo e quindi a ogni categoria materiale.

La paura è subdola perché si impossessa dei nostri cuori nelle piccole cose di ogni giorno: la paura per il capo, la paura per il superiore, la paura che i figli si facciano male e quando è dentro di noi si alimenta dei nostri pensieri e trova sempre nuova linfa per crescere.

Questo mondo gli da poi la possibilità di ingigantirsi e di diventare imbattibile. La guerra, la fame, la povertà, la cattiveria, l’arroganza, lo sprezzo, la superbia continuano a nutrirla come a un banchetto.

Si può rinunciare a Lei solo guardando a se stessi e agli altri uomini capendo che siamo animali non particolarmente sorprendenti destinati a una porzione di vita già abbastanza complicata per averne anche paura. In questo modo Lei scompare definitivamente e talvolta lascia spazio a qualche suo figlio come Sorella Ansia e Fratello Stress ma per loro ci sono le pillole, la psicoanalisi, la marijuana, la meditazione, la campagna, l’ironia e l’età che li controllano benissimo.

 


Milano

Quadrilatero della moda a Milano oggi all’ora di pranzo, oltre 30 gradi e una folla multi etnica che osservava le vetrine, in piccola percentuale entrava e in piccolissima acquistava.

Gli enormi e palestrati portieri, quasi tutti di colore, avevano poco da fare, speriamo che la concretezza manageriale meneghina non li paghi ad apertura altrimenti mi sa che non possano rinnovare l’abbonamento alla palestra.

Signore e signori pochissimi, sicuramente a mollo fra la Sardegna, Forte dei Marmi e Portofino anche se la signorilità scarseggia anche in riviera.

Mentre passeggiavo ho carpito qualche pezzo di telefonata che fedelmente, direi cronisticamente, riporto

“Ti ho detto di stare tranquillo entro fine mese l’assegno sarà coperto…”

“Mi ha promesso 50 mila euro ma è scomparso, non so dove trovarlo.”

“E allora cosa devo fare? vado a rubare?”

“L’analisi finanziaria è andata male…”

“Hai la Finanza? Haia!”

I volti sembravano più tirati, e non solo per effetto del chirurgo, di quelli degli anni da bere, ma si sa, dopo l’amaro, arriva sempre il conto.

 


Piacere

Ci sono tanti modi di presentarsi. Tanti quante sono le persone e i motivi per i quali ci presentiamo a loro.

Cambia se ti presenti a una ragazza perché ti piace o se ti presenti all’auspicabile tuo prossimo capo, a meno che non sia proprio lei, la ragazza che ti piace anche il tuo futuro capo, ipotesi estrema e praticata solo a Hollywood nelle commedie da Oscar.

Diverso se ti presenti in un circolo di persone sedute in tondo all’anonima alcolisti oppure sull’uscio della casa della ragazza che vorresti diventasse tua moglie al padre che ti guarda in cagnesco e non vede in te nessuna qualità atta a portare fuori dal nido la sua bambina.

Una cosa è presentarsi alla commissione dell’esame di laurea e un’altra al poliziotto che tenta di farti stare su una gamba sola fuori dall’auto…e dire che hai bevuto solo un paio di scotch dopo quella orrenda serata inquisitrice a casa dei genitori della tua futura moglie.

Una cosa è dire buongiorno e un’altra dire piacere perché quasi mai sarà un piacere e comunque solo nei film di cassetta hollywoodiani (quelli in cui il protagonista si innamora del suo capo) lo sarà per tutti e due.

Dal momento in cui ti presenti a chiunque e per qualunque motivo nascerà una storia di relazione far voi ma, breve o lunga che sia, raramente, vedrà trarne piacere a entrambi. Per cui, ogni volta che inclinate leggermente il busto in avanti, poggiate il peso del vostro corpo saldamente sulla gamba destra alzate la testa fino a incontrare gli occhi dell’altro e tendete la mano destra aprendovi in un sorriso, dite buongiorno e lasciate stabilire ai fatti se sarà davvero un piacere.

 

 

 


Costumi

Dove sta la verità?

Il busto, la guaina, il push up, la calza contenitiva. Poi il trucco, la tinta, la manicure, la ceretta.

E infine arriva l’impietosa estate che segna punti a favore della verità.

Il sole caldo e l’afa asfissiante costringono ad abbandonare i vestiti a favore dei costumi.

Se ci fosse buon senso i costumi sarebbero meno succinti e magari si riscoprirebbero i copricostume, tanto famosi quanto sexy, usati negli anni ’70. Invece si indossano micro costumini che si conficcano fra chiappone floride e deflorate. Tette cascanti sono sostenute da reggiseno spesso slacciati per non lasciare segni di abbronzatura sul decoltè.

Pance a plissè e ginocchia in abbondanza di tessuto epiteliale si rosolano al sole come pelle di maiale alla griglia, lucidate da salse a protezione invecchiamento e a scongiuro di tumore della pelle.

L’enorme menzogna dell’inverno viene svelata d’estate, sfacciatamente.

Non c’è nulla di esteticamente brutto nell’invecchiare, basterebbe capire questo, ci sono solo cose diverse e diverse abitudini da frequentare.

Invece si raccontano balle nella stagione fredda e si svelano verità atroci in quella calda.

Verità false perché si è ancora convinti di avere l’età per competere. Le armi invece sono ormai spuntate mentre se ne possiederebbero altre affilatissime e assai più vincenti.

È solo questione di “costume”.