Archivi del mese: febbraio 2012

Bus (1)

Ogni mattina per scendere al lavoro prendo un piccolo bus pubblico che in pochi minuti mi porta dalla collina all’altezza del mare. La strada è stretta e con diversi tornanti e non è un percorso agevole per chi guida e scomodo per i trasportati, specialmente se in piedi.

Ogni mattina un paio di fermate sotto la mia sale una vecchietta che mi irrita come l’ortica sotto le ascelle, come una medusa nel costume, come una zanzara nell’orecchio.

Avrà 80 anni e peserà 35 chili. Arriva da uno di quei villoni con il prato all’inglese e la piscina. Sale si abbarbica al palo della obliteratrice, si toglie il guanto, di cachemire abbinato al berrettino, apre la borsetta estrae il biglietto del bus e prova a timbrare, sballottata, instabile prossima al femore sbriciolato, ci impiega tutto il percorso fino alla fermata antecedente il capolinea.

Se qualcuno prova ad aiutarla si scansa e comincia a verificare l’operato “Ha timbrato il biglietto giusto? È sicuro? Io non vedo il timbro…”

La piccola lucertola impellicciata, ogni giorno di un animale selvaggio diverso, rimane come una bandiera attaccata al palo e sventola maldestra.

Io questa vecchietta la detesto perché esprime stupidità, la detesto perché amministra male tempo e denaro. Mi sembrerebbe normale comprare un abbonamento e non rischiare la traumatologia, mi sembrerebbe normale comprare un berrettino in meno e destinare quei soldi ad una tessera.

Poi penso che ogni mattina perdo qualche minuto della mia vita a innervosirmi sprecando così inutilmente tempo prezioso, bene raro perché sarà tempo che non potrò più vivere e mi rendo conto che il vero cretino sono io.

Comunque se la vecchia si frantuma ve lo dico.


Spazzatura

Avete un dubbio su una cosa inusuale? Non avete archiviato in memoria un dato apparentemente inutile? Io ho una naturale predisposizione di memorizzare dati spazzatura.

Ieri sera ho visto i dieci minuti di una trasmissione su sky che vedeva Simona Ventura catapultata in USA per commentare il grande baraccone degli oscar.

A un certo punto, in questo salottino verandato su una inusualmente cupa Los Angeles, erano addivanati con la Ventura, Cicogna, Jacobbi e Tommasini che commentavano la mancata presenza di Woody Allen alla serata di premiazione, ho pensato che lui il lunedì lui suona il clarinetto a Manhattan e questa per lui è una priorità.

Se non sapete quando si può usare l’asciugamano in una partita di ping pong, oppure come calcolare il punteggio di un tuffo, altrimenti i nomi dei figli della famiglia Bradford, io vi posso aiutare avendo il cervello intasato di file spazzatura che non riesco a gettare via, talvolta sembra di dimenticarli e poi riemergono quando meno te lo aspetti.

Sono notizie inutili che possono stupire in un salotto catodico ma che invece si affastellano nella mia mente e non mi fanno mai ricordare le cose importanti. Ieri non ho comprato il latte ma… Joan, Mary, Sandra Sue, David, Nancy, Susan, Tommy, Nicholas, Elizabeth, Joanie.


Caparbio

Essere caparbi è molto bello, molto bello.

Non mollare mai mi fa venire in mente gli eroi, soldati o sportivi, un po’ sporchi di fango con i denti bianchissimi e i muscoli guizzanti che nonostante le ferite, nonostante le avversità, i nemici, la guerra, la gara, gli altri concorrenti vanno fino in fondo e tagliano il traguardo.

Nulla li abbatte nella loro corsa, consapevoli come sono che quello che fanno è giusto.

Non sono i migliori, i più forti, i più bravi, sono solo tenaci, imparano dai loro errori e dalle prestazioni dei migliori, sanno guardare e ascoltare, sono umili e sanno applicarsi. Non si scoraggiano perché sanno che se fanno quella gara o quella guerra loro ce la faranno.

È la differenza fra capacità e caparbietà.

Non è detto che chi è capace riesca sempre a farcela mentre chi è caparbio ce la fa, prima o poi ce la fa, sempre.

Ho scoperto da poco di essere caparbio mentre ho sempre creduto di essere capace.

Ora vediamo quante volte mi devo rialzare prima di tagliare il traguardo.

 


Sentenza

In genere, in questo mio blog, che riguarda la fine del mondo e quello che si può fare o ricordare in attesa della giornata fatidica, non parlo di donne e di giustizia, quindi non parlo di Berlusconi, ma questa mattina due righe proprio non riesco a non scriverle.

Come i Jalisse ci hanno insegnato fiumi di parole sono stati scritti stamattina da chiunque, favorevole o contrario di una fazione o dell’altra, non rendendosi conto di una cosina così piccola ma anche così fastidiosa, come un foruncolo sul naso.

La non sentenza per prescrizione non accontenta il Berlusconi che parla di mezza giustizia. Ma il nostro mai dimenticato presidente del consiglio è lui a dimenticare che la legge italiana gli da facoltà di rinunciare alla prescrizione e di procedere nel processo rimettendosi alla Giustizia del tribunale.

Se ha paura di essere condannato da uomini non giusti come quelli della procura milanese allora manca completamente il senso dello stato e la fiducia nelle istituzioni e, anche se dovesse avere ragione, per ciò che vuole fare e per ciò che vuole rappresentare dovrebbe chinare la testa.

Da uno che vuole essere il mio futuro Presidente della Repubblica me lo aspetto, non mi aspetto invece che succeda e mi consolo che se le previsioni Maya sono giuste non lo vedrò mai con la mano sul petto e il beffardo sorrisetto a cantare l’inno di Mameli.

 


Allenamento

La palestra in casa era sintomo del raggiunto benessere negli anni ‘80, gli anni degli scaldamuscoli.

Allora le macchine da casa erano ingombranti e massicce, occupavano spazio e donavano la sensazione di essere indistruttibili come i corpi che le avrebbero usate e dominate.

Il fisico sano era un riferimento non solo sociale ma appariva necessario per affrontare una vita frenetica e competitiva.

Io, ad un certo punto, ho avuto un vogatore che ho usato solo due volte per cento o duecento vogate, serviva a mettere su massa nel momento dello sviluppo. Lo detestavo perché era sempre in mezzo alle palle e pesava come una petroliera a pieno carico.

Passati gli anni ottanta siamo diventati più introspettivi e riflessivi. Attratti da uno sviluppo interiore e le macchine costruisci muscoli sono state riposte in cantine e solai e sostituite da fiori di bach, tappetini per la meditazione, altarini con statue indiane, l’elasticità, non solo fisica era l’obiettivo.

Oggi la fase è ancora diversa, mantenersi in  forma vuol dire divertirsi, la competizione avviene attraverso il gaming. Tutta la nostra vita è un interminabile e simpatica partita.

Ci si ritrova nel salotto di casa a muovere un telecomando convinti che sia una racchetta e si partecipa sudando scomposti alla triste messa in scena del consumismo.

Ho una fortuna, sono coerente, non ho mai fatto niente per il mio fisico che non fosse passeggiare nei boschi e qualche nuotata, l’allenarsi in casa mi fa quasi più tristezza che Venezia d’inverno.


Palle

Mi piacciono le sfere, le biglie le bocce. Trovo che sia una forma molto bella da tenere in mano e mi sono sempre divertito a collezionarle. Felice di comprarne di nuove, di scovarne di strane.

Ne ho di bellissime come quella di plastica trasparente con un occhio di dinosauro che galleggia in un fluido simile al sangue, una di quelle che rimbalzano con dentro un soldatino, altre che racchiudono fiori, pezzetti di metallo che le rendono armoniose se mosse, poi dadi sferici, bocce di legno e di metallo, palle di cannone, biglie di acciaio e di vetro, ma anche di argilla colorata o di stoffa. Ognuna ha una sua storia e un piccolo ricordo.

Oggi faccio fatica a comprarne di nuove non mi emoziono più ad accumulare oggetti che mi ricordino situazioni e neppure a comprare oggetti che mi inducano verso nuove emozioni. Per me questo non è un gesto di equilibrio ma è lo sconfortante avvio verso la vecchiaia dove basta molto meno e si seleziona molto di più.

Sarà anche bello ma io, per adesso, non riesco a trovarne il lato buono e se i Maya avranno ragione mi schiverò anche questa rottura di elaborare il mio invecchiamento, che palle.

 


Ridere

Dove vai a trovare il buon umore quando non sei di buon umore?

Esistono fabbriche del sorriso che normalmente sono alimentate da bambini e animali che continuano a produrre momenti di serenità e simpatia. Ma può capitare che tu sia distante sia da bambini simpatici che da animali vivaci. Allora diventa più difficile.

Se non ci sono gag che ti allietano. Si può provare a gettare qualche buccia di banana per terra e aspettare, oppure attraversare la strada in due facendo finta di trasportare un vetro, è di effetto anche lasciar cadere dei bignè dalla finestra del quarto piano o tirare un petardo far le gambe della gente in metropolitana, arroventare le monete da dare ai mendicanti, gli scherzi telefonici sono venuti a noia e  anche le supercazzole.

Ma se niente riesce a tirarti su il morale non c’è nulla di meglio da fare che andare a Campobasso e cercare don Achille della chiesa di Santo Spirito. Vi fate confessare e poi aspettate la messa e la comunione e da lì in poi accendete la telecamera e aspettate qualche minuto. L’effetto allucinogeno della farina con cui sono state impastate le ostie non tarderà e vedrete le vecchiette inveire o cadere rapite in e(c)stasi.

Come fai a essere di cattivo umore se vivi in Italia. Tutto è una barzelletta, sacro e profano.

Leggi la notizia su Il Mattino


Quaresima

Siamo già in Quaresima senza neanche aver speso due parole sul Carnevale. Forse perché a me il Carnevale non piace, mi mette tristezza, come i clown al circo. Il travestimento, il celare la propria identità il recitare un ruolo mi è simpatico solo se riguarda una festa di bambini che emulano le imprese dei loro eroi, per i grandi mi imbarazza e poi mi fa venire in mente Venezia che è una città che mi attrae verso i gorghi della depressione.

Quindi Quaresima. Periodo preparatorio al momento culminante del cristianesimo, la Resurrezione.

Come calcolare la Pasqua richiede prima di tutto sapere chi sei. Perché il calcolo, e quindi la data, cambia a seconda se si è ebrei o cristiani e se si è cristiani secondo il calendario gregoriano utilizzato da cattolici e protestanti o secondo quello giuliano utilizzato dagli ortodossi.

Come se Gesù, per il piacere degli uomini nell’aver ragione, fosse uno jo-jo che muore e risorge, muore e risorge, muore e risorge….

Il calcolo della Pasqua è poi ancora più complesso e anche interessante da leggere qualora si volesse approfondire e avere conferma che l’essere umano è una creatura imperfetta, sbaglia i conti, cerca di porre rimedio, stabilisce regole che soddisfino i propri interessi, vuole che tutti si assoggettino al proprio pensiero e va avanti per la propria strada.

Basti sapere che la Pasqua può cadere dal 22 marzo al 25 aprile compresi e dipende dai cicli lunari, quest’anno è l’8 aprile.

Spero in una maggiore precisione da parte dei Maya.

 

 

 

 

 


Ricetta (1)

Oggi la ricetta del maiale ubriaco. Tanto semplice quanto gustoso.

Non si tratta di reperire un presidente del consiglio dimesso e farlo bere oltre il suo limite. Piuttosto, per due persone, prendete quattro fette di coppa di maiale, la parte grassa e magra del collo, battetele per assottigliarle un pochino e poi cospargetele di sale e semi di finocchio su ambo i lati.

Fate scaldare sul fuoco vivo una padella senza alcun condimento e con un solo spicchio d’aglio schiacciato. A padella molto calda mettete le fette di maiale fatele rosolare su ambo i lati per sigillarne i succhi. Poi aggiungete un bicchiere generoso di vino rosso, meglio se merlot. Fate sfumare l’alcool e poi abbassate la temperatura e coprite con un coperchio girando la carne un paio di volte durante la cottura. A cottura ultimata il vino sarà evaporato lasciando una salsina rosso mirtillo profumata e deliziosa.

Se siete raffinati, filtrate la salsa liberandola dei semi di finocchio e riducendola in padella con burro (due noci), brodo di carne (un paio di cucchiai), un pizzico di farina di mais, sale e pepe, altrimenti servite sempre calda e accompagnata da puré di patate e da un buon bicchiere dello stesso rosso.

Oggi non avevo voglia di pensare a niente che non mi piacesse e il maiale ubriaco è una garanzia.

 


Qualità

Anch’io guardo gli altri e sono molte le qualità che vorrei fossero mie.

Le qualità sono innate e uno può affinarle o incanalarle ma difficilmente costruirle da zero.

Le qualità non sono capacità. Saper giocare a tennis o sciare sono capacità legate, semmai, alla qualità della coordinazione.

Concetto difficile?

Mi spiego meglio, per le qualità non serve alcuno studio, preparazione, uno le ha e basta. Piuttosto chi le ha può incanalarle e sfruttarle in diversi modi.

Se ho coordinazione posso appassionarmi al calcio e diventare un buon mediano, oppure posso camminare su un filo teso fra due palazzi o anche girare con una sola mano la pietanza nella padella. Mi verrà naturale, una volta imparata la tecnica.

Un paio sono le qualità che destano in me particolare attrazione e anche un po’ di invidia: il senso musicale e l’empatia. Io ne sono nato privo e ho subito capito, con un certo disappunto, che non le avrei mai avute.

Non mi sono mai concentrato sulle mie qualità, perché essendo conscio di non avere quelle che a me interessavano, non riuscivo neppure a capire che ne potevano esistere altre altrettanto importanti.

A tutt’oggi, per l’età che rende più agile il sapersi districare, mi riconosco delle capacità, ma faccio fatica a vedere, e mi sento in imbarazzo se mi fanno notare, una sola qualità.

Incapace di accettare un complimento che sia fondato e non la piaggeria che invece adoro.